I versi, pronunciati da Prospero, in italiano recitano:

Siamo fatti anche noi della materia
di cui son fatti i sogni;
e nello spazio e nel tempo d’un sogno
è racchiusa la nostra breve vita.
(Traduzione di Goffredo Raponi)

Ma “nel tempo di un sogno” è un’interpretazione (critico-letteraria?) del “sonno” shakespeariano, uno stato mentale da cui probabilmente l’autore si sentiva “circondato”; il mio amico filosofo suggerisce di tradurre con “assediato”, ma è evidentemente una sua - voluta – esacerbazione:

We are such stuff
As dreams are made on; and our little life
Is rounded with a sleep.

Questa confusione traduttiva tra sonno e sogno, inevitabilmente mi rimanda all’omografo esistente in spagnolo: sueño è infatti riconducibile sia a “sogno” che a “sonno”. E quest'ambiguità è stata sfruttata anche nell’adattamento teatrale dell’Accademia della Follia di Trieste: La vida es sueño di Pedro Calderón de la Barca è stata infatti da loro ritradotta “La vita è sonno”. Il sonno, dunque, come fuga dalla realtà?