Il mondo di Banana Yoshimoto (Giorgio Amitrano)
By Annarée on Monday, 13 August 2007, 15:30 - il libro del mese - Permalink
di Tendarossa
Amitrano, che insegna lingua e letteratura giapponese all'Orientale di Napoli, ha tradotto in italiano - per la Feltrinelli - gran parte dei lavori dell'autrice di Kitchen (oltre che di altri scrittori made in Japan). Si tratta della riedizione, riveduta e aggiornata, di una piccola guida già uscita nel 1999 - praticamente un testo imperdibile per tutti gli appassionati dei romanzi di Banana Yoshimoto.
Amitrano scrive molto bene, tant'è che un dubbio sorge spontaneo: a star lì a tradurre una grande scrittrice come la Yoshimoto si affina per forza di cose il proprio stile, oppure è proprio bravo di suo Amitrano, ed è la Yoshimoto che magari nella traduzione ci guadagna?
Amitrano, che insegna lingua e letteratura giapponese all'Orientale di Napoli, ha tradotto in italiano - per la Feltrinelli - gran parte dei lavori dell'autrice di Kitchen (oltre che di altri scrittori made in Japan). Si tratta della riedizione, riveduta e aggiornata, di una piccola guida già uscita nel 1999 - praticamente un testo imperdibile per tutti gli appassionati dei romanzi di Banana Yoshimoto.
Amitrano scrive molto bene, tant'è che un dubbio sorge spontaneo: a star lì a tradurre una grande scrittrice come la Yoshimoto si affina per forza di cose il proprio stile, oppure è proprio bravo di suo Amitrano, ed è la Yoshimoto che magari nella traduzione ci guadagna?
Un dubbio, questo, che viene inevitabilmente e legittimamente. Come ogni volta che si legge un autore non direttamente in lingua, originale ma in traduzione. Non si può fare a meno di chiedersi quanto conti nel risultato finale il "filtro" costituito dalla figura del traduttore: sappiamo ovviamente che nel passare da una lingua all'altra il testo originario perde qualcosa ma sappiamo anche (e vogliamo crederci) che guadagna delle qualità che nell'originale non aveva. Si tratta di provare a dire quasi la stessa cosa, sapendo che non potrà mai essere esattamente proprio la stessa cosa.
Primo Levi al termine della sua traduzione del Processo di Kafka spiegò: «Non credo che Kafka mi sia molto affine. Spesso, in questo lavoro di traduzione ho provato la sensazione di una collisione, di un conflitto, della tentazione immodesta di sciogliere a modo mio i nodi del testo: insomma, di correggere, di tirare sulle scelte lessicali, di sovrapporre il modo di scrivere a quello di Kafka. A questa tentazione ho cercato di non cedere». Il problema è quello di sovrapporsi, scrive Levi, di rendere comprensibile l'incomprensibile. Ci si potrebbe domandare se nel tradurre, essere a propria volta uno scrittore, non sia più d’ostacolo che d’aiuto: e se si scrivesse al posto dell’autore che si va traducendo?
Recentemente Vittorio Sermonti ha tradotto l'Eneide. In un'intervista colpisce in particolare una sua dichiarazione: «Ci sono anacronismi lessicali nella mia traduzione, davanti ai quali in genere i traduttori si fanno degli scrupoli terribili (...). Io non aggiorno eventi usi e culti di Virgilio ai giorni nostri, però uso un lessico più libero, più semplice, senza utilizzare quella predominazione scolastica che sembra obbligatoria. Virgilio non è un poeta fatto per infliggerlo ai nostri licei, perciò quella assurdità ho cercato di evitarla e ho tentato di fare una traduzione adeguata, perché io ritengo che se la traduzione di un testo bellissimo non è bella, la traduzione è sbagliata». L’ultima affermazione pone un bel problema di adeguatezza: la traduzione bella di un bel testo è corretta, la traduzione bella di un brutto testo non lo è?
Primo Levi al termine della sua traduzione del Processo di Kafka spiegò: «Non credo che Kafka mi sia molto affine. Spesso, in questo lavoro di traduzione ho provato la sensazione di una collisione, di un conflitto, della tentazione immodesta di sciogliere a modo mio i nodi del testo: insomma, di correggere, di tirare sulle scelte lessicali, di sovrapporre il modo di scrivere a quello di Kafka. A questa tentazione ho cercato di non cedere». Il problema è quello di sovrapporsi, scrive Levi, di rendere comprensibile l'incomprensibile. Ci si potrebbe domandare se nel tradurre, essere a propria volta uno scrittore, non sia più d’ostacolo che d’aiuto: e se si scrivesse al posto dell’autore che si va traducendo?
Recentemente Vittorio Sermonti ha tradotto l'Eneide. In un'intervista colpisce in particolare una sua dichiarazione: «Ci sono anacronismi lessicali nella mia traduzione, davanti ai quali in genere i traduttori si fanno degli scrupoli terribili (...). Io non aggiorno eventi usi e culti di Virgilio ai giorni nostri, però uso un lessico più libero, più semplice, senza utilizzare quella predominazione scolastica che sembra obbligatoria. Virgilio non è un poeta fatto per infliggerlo ai nostri licei, perciò quella assurdità ho cercato di evitarla e ho tentato di fare una traduzione adeguata, perché io ritengo che se la traduzione di un testo bellissimo non è bella, la traduzione è sbagliata». L’ultima affermazione pone un bel problema di adeguatezza: la traduzione bella di un bel testo è corretta, la traduzione bella di un brutto testo non lo è?



Comments
Il problema è antico come il mondo (o quasi), ma per quel che riguarda la Yoshimoto credo - dopo aver letto l'originale- che nel processo traduttivo non si perde un granché...

Più che alla maestria del professore Amitrano, questo è dovuto alla "essenzialità" della prosa dell'amatissima (in Italia) Banana Yoshimoto...
Sicuramente la traduzione dal giapponese pone degli enormi problemi ai traduttori, che in molti casi si trovano davanti ad usi complessi e plurisemantici dei caratteri o a nuances della lingua difficilmente esistenti nelle altre: ma questo non è certo il caso della Yoshimoto, che non è Virgilio nella misura ha creato una letteratura di "easy reading" negli anni '80, frutto anche lei della bolla economica che investì il Giappone in quegli anni...
Una letteratura fatta per essere "consumata" e via via, anche per essere tradotta: è lo stesso caso di Murakami Haruki - anche lui molto conosciuto in Italia - tra gli autori nipponici più tradotti in Occidente (lui stesso cura una versione del testo per l'inglese e pretende poi che le altre traduzioni si adattino a quella fonte piuttosto che alla giapponese...).
Una letteratura in un certo senso "globalizzata" in cui forse anche il ruolo del traduttore cambia... che ne pensi?
Ciao Caterina, penso che il discorso della globalizzazione dello stile linguistico non riguardi solo la Yoshimoto... che alla fine ha adattato la sua lingua madre, il giapponese, per farne una lingua da letteratura di consumo, più semplice e recepibile anche a culture "altre". Che dire, ad esempio, di autori arabi o asiatici che scrivono in inglese o in francese, perché sentono che è più semplice comunicare in quelle lingue "occidentali"? Come ho scritto in una recensione su Mille splendidi soli,
"è vero che l’autore Hosseini vive negli Stati Uniti da molti anni, ma a quando la traduzione di autori di madrelingua pashtu, o persiana, dal pashtu o dal persiano, anziché dall’inglese? La scelta linguistica dell’autore la dice lunga sulla sua volontà di far amare le avventure dei suoi personaggi, anche utilizzando una lingua “semplice”, diretta, più espressiva in un mondo globalizzato".
Ma la globalizzazione linguistica, questa standardizzazione è positiva, oppure rischia di far perdere tutte quelle nuance che fanno parte di quella cultura?
E naturalmente, passo la palla della risposta a Tendarossa, autore del post...
Premetto che non sono un traduttore, mi pare che una risposta potrebbe essere nella parafrasi del ragionamento per cui se uno non sa pescare ed io invece sì, posso fare tre cose: posso pescare per lui e dargli parte di quello che ho per sfamarsi. Oppure posso insegnarli a pescare.
Però nel primo caso, tutto dipende dal mio buon cuore, visto che il giorno in cui io non volessi più condividere con lui il frutto della mia attività, quello morirebbe di fame. Nel secondo caso, gli insegno a pescare, almeno ha di che sfamarsi ok - ma il nostro è un rapporto 'verticale' e non 'orizzontale', io insegno qualcosa a lui senza magari riuscire a sfruttare una sua capacità, diciamo che non ci troviamo sullo stesso piano. C'è infine un terzo caso: io pesco ma baratto ciò che pesco con quello che lui può darmi. Solo in questo terzo caso abbiamo a che fare con una condizione orizzontale di parità, io do qualcosa a lui e lui dà qualcosa a me. Trasportiamo questo esempio nel caso che ci interessa. La globalizzazione linguistica a me sembra coincidere col secondo esempio: io ti insegno a parlare l'inglese, che è una gran bella cosa, perchè nel mondo di oggi questa conoscenza ti apre tutte le porte, ma non c'è uno scambio reciproco.
E' tutta una questione di pescetti di Babele, insomma
)
Evidentemente il caso Yoshimoto non è che un esempio, e in verità non credo si possa affermare che all'origine la signorina Banana avesse in mente di scrivere per essere letta al di là dell'arcipelago (non c'era, almeno all'inizio lo stesso intento che Annarée individua nella scelta di Hosseini, né nel percorso traduttivo una vicenda simile a quella del pluricitato puntiglioso signor Kundera...).
E' vero, ed ovvio, che la scelta linguistica è essenzialmente una scelta di stile: esistono autori giapponesi del dopoguerra che pur avendo buona conoscenza dell'inglese e della letteratura occidentale, hanno scelto la loro lingua madre per dar voce alla loro arte, declinata spesso su tematiche di interesse universale; è il caso del Nobel Oe Kenzaburo, ma anche di autori meno conosciuti - in Italia direi ignorati - come Oba Minako che ha scritto pagine altissime che sublimano la vicenda atomica in uno stile complesso e interessantissimo... (in francese esistono traduzioni delle sue opere: vivendo in Francia mi rendo conto che rispetto al nostro Paese il coraggio e l'intraprendenza nelle scelte delle traduzioni è mille anni luce più avanti, in quantità e la qualità.. sob..
L'asimmetria nelle scelte traduttive di cui parla Tendarossa è evidente, e mi ha fatto pensare alle teorie di Pascale Casanova ne 'La République mondiale des lettres'... come riassume una recensione del testo: "Depuis le XVIe siècle, c'est la loi du marché et surtout la loi du plus fort, du plus légitime, du plus ancien qui prévalent en matière de réglementation littéraire mondiale. Autant dire qu'il vaut mieux être né dans le sixième arrondissement parisien ou à New York qu'à Oulan-Bator, Bucarest ou Dakar. A fortiori, mieux vaut écrire français ou anglais que swahili ou serbo-croate si l'on veut être connu et reconnu par les grands législateurs sis longtemps à Paris, véritable «méridien de Greenwich» et récemment détrôné par New York."
Credo, cara Caterina, che dal punto di vista editoriale ci sia molto più coraggio nelle traduzioni di opere così complesse e distanti dalla cultura europea, in Francia che non in Italia. E anch'io ho vissuto nella douce France, per cui me ne son resa conto. Non è solo questione numerica (i lettori francofoni sono molti di più di quelli italofoni, per via delle colonie, ecc.), ma anche e soprattutto di educazione culturale. In Italia si è flessibili, è vero, ma non c'è l'abitudine all'alterità che invece deriva dalla storia della Francia. Anche se essa porta dietro di sé problemi quali razzismo, diffidenza verso l'altro, ecc., vedi gli episodi delle banlieue che conosciamo bene, c'è certamente un'abitudine maggiore alla conoscenza dell'altro come ricchezza.
Quanto allo scrivere nella propria lingua o in quella altrui, ho sempre sostenuto, da buona traduttrice educata in quel della SSLMIT, dove il codice "deontologico" lo impone, nella traduzione unicamente PASSIVA. E l'essere editor della versione italiana di babel non ha fatto che rafforzare questa convinzione. Non solo per motivi di sensibilità grammaticale e linguistica, sicuramente minore rispetto a chi è madrelingua, ma anche e soprattutto per motivi di sensibilità culturale. Il significato che sta dietro ai proverbi veneti che avevo utilizzato per il babel concorso di inizio anno è per me molto più ancestrale e sentito di quello equivalente italiano. Per cui figuriamoci nelle lingue straniere...